Come affrontare ingiustizie e iniquità

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Come affrontare ingiustizie e iniquità

Uno dei motivi principali che stanno all’origine del malessere della società consiste nella difficoltà di eliminare la sofferenza e il dolore provocati dalle ingiustizie che ogni giorno si perpetuano ai danni dei più deboli o dei più indifesi.

Platone affermava che “chi commette un’ingiustizia è sempre più infelice di quello che la subisce”. Le iniquità, di qualunque tipo siano, sono in genere il prodotto dall’esercizio smodato del potere (anche quello solo apparente). Trovano la loro radice nella volontà di dominio e di prevaricazione, mirano a ottenere, anche con mezzi illeciti, ogni genere di profitto.

Nel mondo contemporaneo sembrano scomparsi quasi completamente i valori improntati alla solidarietà e al mutuo scambio. Ognuno di noi sembra concentrato solo sul proprio benessere e a costo di raggiungerlo, sarebbe capace di tutto. Ciò che mina le nostre sicurezze acquisite è visto come potenziale pericolo, al punto che qualcuno è disposto a compiere atti ignominiosi pur di allontanare ciò che lo insidia.

Assistiamo quindi a ogni genere d’iniquità e di prevaricazione.

Il desiderio di benessere è così forte in ciascun uomo che il disagio e la sofferenza degli altri anche se originata da una nostra pregiudizievole chiusura passa in secondo piano.

Non siamo disposti a far star bene gli altri, quello che conta è il nostro benessere. Ognuno per se e Dio per tutti. Il nostro cuore è chiuso all’amore perché sembra mancare il senso di aggregazione e di compartecipazione.

Anche se sappiamo che compenetrarsi nei sentimenti di chi sta peggio di noi sarebbe una cosa buona, abbiamo il timore che questo possa in qualche modo nuocere alla nostra stabilità e ledere qualche nostro diritto privandoci delle sicurezze acquisite.

NOTA BENE: il malessere diffuso in tutte le società contemporanee consiste anche nella presa di coscienza che esistono innumerevoli ingiustizie alle quali non si riesce a porre rimedio.

Un giorno un amico mi disse che secondo lui oggi la gente è delusa e spaventata e sosteneva che la chiusura spesso pregiudizievole delle persone dipendeva proprio da questo. Noi però siamo convinti che si tratti di un banale pretesto per non scomodarsi e vivere tranquilli nel proprio status sociale. 

Le parole commozione e pietà sembrano essere state cancellate dal nostro vocabolario e non c’è spazio per sentimentalismi e buonismo.

A nostro avviso questa presa di posizione è frutto di un’errata interpretazione del sentimento umano e dell’incapacità di crescita delle potenzialità positive inscritte nel cuore degli uomini.

Noi siamo essenzialmente convinti che nessuno ci presterebbe aiuto nel momento del bisogno e perciò non siamo disponibili a prestarlo per primi nei confronti di chi realmente si trova in una situazione di necessità.

Questo è un atteggiamento di “non amore”. 

C’è a nostro giudizio difetto di compenetrazione e non s’interpretano correttamente i bisogni del mondo. Peggio, sembra che non spettino a noi, perché c’è già qualcuno deputato ad alleviare le sofferenze dei poveri, degli ammalati, dei bisognosi di ogni razza, credo, estrazione sociale.

Il mondo non cambia perché noi per primi non siamo disposti a un cambiamento. La maggior parte di noi viaggia sui binari dell’abitudinarietà e dell’indifferenza accomodandosi una vita senza troppi disturbi e pensieri. Confondiamo i piccolissimi sforzi che compiamo a favore degli altri in nome del dovere, con il maggior impegno che dovremmo avere nei confronti dei sofferenti di ogni razza, popolo e nazione.

NOTA BENE: la società è pervasa da sentimenti di individualismo che vedono solo il proprio benessere. Manca il senso di compartecipazione nei confronti di chi non ha nulla.

Fare il proprio dovere è non solo allevare ed educare bene i figli, svolgere nel migliore dei modi il proprio lavoro, essere onesti, ecc. ecc., ma anche avere occhi per le necessità altrui. Non lo dico io, ce lo suggerisce il cuore.

Alcuni per tacitare la loro coscienza che forse troppo spesso li richiama a una maggiore compartecipazione si limitano a lasciare le briciole ai bisognosi ma s’ingollano di tante cose inutili. La parabola del Ricco Epulone raccontata da Gesù agli apostoli ne è un esempio.

Ora, il senso comune suggerisce invece che se vogliamo veramente fare qualcosa di meritevole ci deve costare un po’ di sacrificio. Che senso ha dare gli avanzi al povero e mangiare a crepapelle fino a farsi venire la gotta, la gastrite o il diabete? Non sarebbe meglio distribuire i beni in maniera più equa?

Vi siete mai chiesti perché molta gente viva una vita privilegiata, di diffuso benessere, agiata e priva di necessità impellenti? Certo la loro esistenza sarà costellata anche di tanti pensieri e problemi ma la maggior parte di noi non sa che questi traggono origine dal loro smodato attaccamento ai beni materiali e alla preoccupazione di perderli.

La domanda che dovremmo porci è la seguente: “che senso ha temere di perdere qualcosa che costituisce un sovrappiù e che non è necessario per vivere?”.

Molta gente è convinta che i risultati positivi da loro conseguiti siano stati raggiunti per un preciso merito personale o per le proprie capacità. Ciò è vero solo in parte, perché se non ci fosse stato qualcuno dall’alto a guidare i loro passi, essi non avrebbero raggiunto quei dati risultati.

Invece li hanno raggiunti affinché possano condividerli con altri.

Non è una prospettiva solo cristiana. E’ qualcosa che è inscritto nel cuore di ciascun uomo. E’ la nostra intorpidita coscienza che ci richiama e ci invita alla condivisione dei beni non necessari ai bisogni primari, i quali possono essere donati a favore di chi non ha nulla.

Intendiamoci anche nel Terzo Millennio la gente muore di fame per l’ingordigia e l’avarizia di molti di noi. O meglio per la nostra indifferenza.

Infatti, molti nemmeno si fanno sfiorare dall’idea che qualcuno possa stare peggio e non considerano la loro fortuna. Non pensano che solo per un misterioso disegno divino si trovano in quella posizione di privilegio.

NOTA BENE: le azioni meritorie devono costare un po’ di sacrificio e i frutti che otterremo saranno di gran lunga superiori a ciò che abbiamo dato. 

Tali considerazioni possiamo particolarmente riferirle ai governanti che sono al loro posto perché qualcuno al di sopra ha permesso che ciò avvenisse. Ricordate i Re e gli Imperatori di un tempo? Si consideravano investiti del loro ruolo direttamente da Dio ed è a Lui che dovevano rispondere alla fine dei loro giorni.

Ciascuno di noi vive, chi più chi meno, questa situazione. Tutti dovremo rispondere dei doni che ci sono stati elargiti gratuitamente e giustificare eventuali sperperi o cattiva amministrazione.

Dare a chi ne ha bisogno, qualcosa che non costi un po’ di sacrificio non ha nulla di meritorio ma ciò che maggiormente amiamo e che vorremmo tenere per noi, questo dovremmo dare. Tale senso di compartecipazione è quello che chiamiamo “amore”.

 

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