Fasi euforiche e disforiche nel matrimonio

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Fasi euforiche e disforiche nel matrimonio

Nonostante tutte le teorie diffuse sul matrimonio, delle esperienze vissute dalle persone e in particolar modo dal movimento femminista, le ragioni che spingono a sposarsi rimangono in gran parte sempre le stesse. È vero, ci sono state delle inversioni di ruolo e sono sorti nuovi stereotipi. Ma i fattori biologici, fisiologici e biochimici sono meno suscettibili alle critiche moderne della cultura. Gli uomini sono ancora uomini e le donne sono ancora donne.

Uomini e donne si sposano essenzialmente per formare:

Una coppia sessuale, che ha lo scopo di gratificare l’attrazione sessuale dei partner e assicura una fonte stabile, coerente e disponibile di soddisfazione.

Una coppia economica – La coppia è un’unità economica funzionante all’interno della quale vengono svolte le attività dei membri e dei nuovi arrivati. L’unità economica genera più ricchezza di quanta ne consuma e la sinergia tra i suoi membri porterà probabilmente a guadagni di produzione e di produttività superiori, rispetto agli sforzi e agli investimenti individuali.

Una coppia sociale – I membri della coppia si legano a causa di pressioni sociali implicite o esplicite, dirette o indirette. Tale pressione può manifestarsi in numerose forme. Nel giudaismo una persona non poteva ricoprire cariche religiose a meno che non fosse sposata. Questa è una forma di pressione economica.

Nella maggior parte delle società, gli scapoli dichiarati sono considerati socialmente devianti e forse anche un po’ anormali. Essi sono in qualche modo condannati dalla società, ridicolizzati, evitati ed isolati. In parte per evitare tali pregiudizi e in parte per godere della sensazione emotiva che ne deriva dalla conformità e accettazione, le coppie accettano di sposarsi.

Oggi esistono una miriade di stili di vita. I bambini sono spesso allevati da genitori single. Le coppie omosessuali si legano tra loro e adottano dei figli, si sposano, fanno affari insieme. Ma un modello in particolare è comunque riconoscibile tra tutti, quello della famiglia tradizionale; quasi il 95% della popolazione adulta si sposa. La coppia si sistema in una sorta di accordo tra due membri che può essere formalizzato legalmente sia civilmente che religiosamente – oppure no, scegliendo una semplice convivenza.

Una coppia che garantisca compagnia – Formata da adulti in cerca di fonti di sostegno stabili e a lungo termine, di calore emotivo, empatia, cura di se stessi, buoni consigli e intimità. I membri di questo genere di coppie tendono a definirsi reciprocamente come i migliori amici.

La saggezza popolare ci dice che le prime tre coppie sono instabili.

L’attrazione sessuale cala con il tempo nella maggior parte dei casi. Ciò potrebbe portare all’adozione di modelli di comportamento sessuale non convenzionale (astinenza, infedeltà, sesso di gruppo, scambio di coppie, ecc.) – o alle infedeltà coniugali ricorrenti.

Anche le preoccupazioni pecuniarie sono motivi di per se insufficienti per garantire una relazione duratura. Nel mondo di oggi, entrambi i partner sono potenzialmente e finanziariamente indipendenti. Questa nuova autonomia, rode le radici delle tradizionali relazioni patriarcali-dominatrici-disciplinari. Il matrimonio, così come è visto nell’epoca attuale sta diventando una modalità più equilibrata di vita, che comprende l’accordo per la tutela dei figli, il benessere e uno standard di vita qualitativo della coppia.

Pertanto, i matrimoni motivati ​​unicamente da considerazioni economiche sono altrettanto suscettibili di disfarsi come qualsiasi altra unione di fatto. Certo, le pressioni sociali aiutano a mantenere la coesione e la stabilità della famiglia. Ma – essendo pilotati dall’esterno, più che da sentimenti veri e genuini – tali matrimoni assomigliano più ad una detenzione piuttosto che ad una collaborazione volontaria e gioiosa tra i membri della famiglia.

Inoltre, le norme sociali, la pressione derivante dalle pari opportunità e la conformità sociale, non possono essere invocate per adempiere indefinitamente alla stabilità di coppia e all’ammortizzazione dei conflitti nascenti. Le norme cambiano e la pressione sociale può ritorcersi contro la stabilità della coppia (“Se tutti i miei amici sono divorziati e apparentemente soddisfatti, perché non dovrei provare anche io a separarmi?”).

La diade che garantisce la compagnia in seno alla coppia sembra essere duratura. Le amicizie si approfondiscono col tempo. Mentre il sesso perde la sua iniziale attrattiva, i motivi economici sono invertiti o del tutto annullati e le norme sociali sono perciò volubili – la compagnia, come il vino, migliora invece col tempo.

Anche quando è piantato sul terreno più desolato e nelle circostanze più difficili e insidiose, il seme inflessibile della compagnia germoglia e sboccia.

“Il matchmaking è fatto in cielo” recita il vecchio adagio ebraico ma i giudici ebrei nei secoli passati non erano contrari a dare una mano al divino. Dopo aver esaminato attentamente lo sfondo di entrambi i candidati, maschi e femmine, si procedeva alla celebrazione di un matrimonio. In altre culture, i matrimoni vengono ancora organizzati da padri potenziali o effettivi anche senza  il preciso consenso degli altri membri della famiglia.

Il fatto sorprendente è che i matrimoni combinati durano molto più a lungo di quelli spinti dall’amore romantico. Inoltre, è stabilito che più una coppia convive prima del matrimonio, maggiore è la probabilità che essa divorzi. Contro intuitivamente, l’amore romantico e la convivenza (“conoscersi meglio l’un l’altro”) sono purtroppo precursori e predittori negativi della longevità coniugale.

La compagnia nasce dall’attrito e dall’interazione all’interno di un accordo formale irreversibile (nessuna “clausola di fuga”). In molti matrimoni in cui il divorzio non è un’opzione (legalmente, o a causa di costi economici o sociali proibitivi), la compagnia armoniosa all’interno della coppia si sviluppa comunque, seppur a malincuore e con essa giunge la contentezza, se non proprio la felicità.

La compagnia è la progenie della pietà e dell’empatia. Si basa su eventi e paure condivise e sofferenze comuni. Riflette il desiderio di proteggere e proteggersi a vicenda dalle avversità della vita. È abitudine che si forma con il tempo. Se il sesso lussurioso è il fuoco, la compagnia è una vecchia ciabatta: comoda, utile, calda e sicura.

Esperimenti ed esperienze di questo tipo dimostrano che le persone in costante contatto si attaccano l’un l’altra molto rapidamente e molto più profondamente. Questo è un riflesso che ha a che fare con la sopravvivenza. Come bambini, ci affezioniamo ad altre madri (i nostri partner) e le nostre madri si attaccano a noi. In assenza di interazioni sociali, siamo destinati a morire più giovani. Abbiamo bisogno di legare e di far dipendere gli altri da noi per sopravvivere.

Il ciclo di accoppiamento (e, più tardi, coniugale) è pieno di euforia e disforia. Questi “cambiamenti d’umore” generano la dinamica di cercare compagni, di copulare, accoppiarsi (sposarsi) e riprodursi.

La fonte di queste mutevoli disposizioni può essere trovata nel senso che attribuiamo al matrimonio, che è percepito come l’ingresso reale, irrevocabile, irreversibile e serio nella società adulta. Precedenti riti di passaggio (come l’ebraico Bar Mitzvah, la Comunione cristiana e altri riti esotici) ci preparano solo in parte alla scioccante consapevolezza che stiamo per emulare i nostri genitori.

Durante i primi anni della nostra vita, tendiamo a considerare i nostri genitori alla stregua di esseri celesti onnipotenti, onniscienti e onnipresenti. La percezione che abbiamo di loro, di noi stessi e del mondo, è magica. Tutte le entità – inclusi noi stessi e i genitori – sono coinvolte, interagiscono costantemente e si scambiano identità (“spostamento di forma”).

All’inizio, quindi, i nostri genitori sono idealizzati. Poi, con il tempo, sono interiorizzati per diventare la prima e più importante tra le voci interiori che guidano le nostre vite. Crescendo (l’adolescenza) ci ribelliamo ai nostri genitori (nelle fasi finali della formazione dell’identità) e poi impariamo ad accettarli e a ricorrere a loro nei momenti di bisogno.

Ma gli dei primordiali della nostra infanzia non muoiono mai, né giacciono dormienti. Si nascondono nel nostro Super-io, impegnati in un dialogo incessante con le altre strutture della nostra personalità. Criticano e analizzano costantemente, formulano suggerimenti e rimproveri. Il sibilo di queste voci è la radiazione di fondo del nostro big bang personale.

Quindi, decidere di sposarsi (imitare i nostri genitori), equivale a sfidare e tentare gli dei, è come commettere un sacrilegio, quasi negare l’esistenza stessa dei nostri progenitori, diventa una contaminazione del “sancta sanctorum” dei nostri anni formativi. Questa è una ribellione così importante, così onnicomprensiva, che tocca il fondamento stesso della nostra personalità.

Inevitabilmente, noi (inconsciamente) rabbrividiamo in previsione dell’imminente e orribile punizione che ci attende per questa presunzione iconoclasta. Questa è la prima disforia, che accompagna i nostri preparativi mentali prima che di deciderci a sposarci. Prepararsi per ottenere dei risultati porta a dover pagare un prezzo: cioè l’attivazione di una miriade di meccanismi di difesa primitivi e fino ad allora sopiti – negazione, regressione, repressione, proiezione.

Questo panico autoindotto è il risultato di un conflitto interiore. Da un lato, sappiamo che è malsano vivere da reclusi (sia biologicamente che psicologicamente). Con il passare del tempo, siamo urgentemente spinti a trovare un compagno/compagna. D’altra parte, sussiste il sentimento di distruzione imminente sopra descritto.

Superata l’angoscia iniziale, avendo trionfato sui nostri tiranni interiori (o guide, a seconda del carattere degli oggetti primari, dei loro genitori), passiamo attraverso una breve fase euforica, celebrando la loro individuazione e separazione in una sorta di riscoperta. Così rinvigoriti, ci sentiamo pronti a corteggiare dei potenziali compagni.

Ma i nostri conflitti non sono mai veramente messi a riposo. Sono solo in uno stato dormiente.

La vita coniugale è un terrificante rito di passaggio. Molti reagiscono limitandosi a schemi e reazioni di comportamento familiari e istintive, ignorando o oscurando le loro vere emozioni. A poco a poco, questi matrimoni sono come svuotati e lentamente avvizziscono.

Alcuni cercano conforto nel ricorrere ad altri sistemi di riferimento – la terra cognita del proprio vicinato, paese, lingua, razza, cultura, background, professione, stato sociale o istruzione. Appartenere a questi gruppi infonde sentimenti di sicurezza e fermezza.

Molti combinano entrambe le soluzioni. Oltre l’80% dei matrimoni avviene tra membri della stessa classe sociale, della medesima professione, della stessa razza e credo. Questa non è una statistica casuale. Riflette le scelte, consapevoli e (più spesso) inconsce.

La successiva fase disforica anti-climatica traspare quando i nostri tentativi di ottenere il consenso di un compagno sono soddisfatti. Sognare ad occhi aperti è più facile e più gratificante rispetto alla tristezza degli obiettivi realizzati. La routine mondana è il nemico dell’amore e dell’ottimismo. Dove finiscono i sogni, la dura realtà si intromette con le sue richieste intransigenti.

Garantire il consenso del coniuge ci costringe a percorrere un cammino irreversibile e sempre più impegnativo. Il matrimonio richiede perciò non solo investimenti emotivi ma anche economici e sociali. Molte persone temono quest’impegno e si sentono intrappolate, incatenate o addirittura minacciate. Il matrimonio improvvisamente sembra un vicolo cieco. Anche quelli desiderosi di sposarsi sono pervasi da dubbi occasionali talvolta molto fastidiosi.

La forza di queste emozioni negative dipende, in larga misura, dai modelli di ruolo genitoriale e dal tipo di vita familiare vissuta. Più disfunzionale è la famiglia di origine – il precedente (e solitamente solo) esempio disponibile – più prepotente è il senso di intrappolamento e la risultante paranoica data dal contraccolpo.

Ma la maggior parte delle persone supera questa paura e procede comunque a formalizzare la propria relazione sposandosi con il proprio partner. Questa decisione, questo atto di fede, è il corridoio che conduce alla sontuosa sala dell’euforia post-nuziale.

Questa volta l’euforia è principalmente una reazione sociale. Lo status appena conferito (di “appena sposato”) porta una cornucopia di premi sociali e incentivi allettanti, alcuni dei quali sanciti dalla legislazione. Benefici economici, approvazione sociale, sostegno familiare, reazioni invidiose degli altri, aspettative e gioie del matrimonio (sesso liberamente disponibile, avere dei figli, mancanza di controllo da parte dei genitori o della società, libertà e autonomia di vita appena sperimentate) favoriscono una sorta di magia che ci fa sentire onnipotenti.

Ci si sente bene e in grado di controllare il proprio nuovo “compagno”, la propria sposa e la propria vita. Favorisce la nostra autostima e ci aiuta a regolare il senso di fiducia in noi stessi. È una fase maniacale. Tutto sembra possibile, ora che si convive secondo i propri modelli e si è supportati dal proprio compagno.

Con un po’ di fortuna e il partner giusto, questo stato d’animo può essere anche molto prolungato. Tuttavia, mentre le delusioni della vita si accumulano, gli ostacoli diventano sempre più grandi, il possibile risolto dall’improbabile e il tempo, passano inesorabilmente e questa euforia diminuisce progressivamente. Le riserve di energia e determinazione si affievoliscono. Gradualmente, si scivola in uno stato d’animo disforico onnipresente (anche anedonico o depresso).

La routine della vita, i suoi attributi mondani, il contrasto tra fantasia e realtà, erodono la prima esplosione di esuberanza. La vita sembra più una condanna che qualcosa di propositivo ed esaltante che possa realizzarci appieno come persone. Questa ansia crea attrito nella relazione. Si tende ad incolpare la propria sposa per l’atrofia che ci consuma. Le persone con difese alloplastiche (luogo di controllo esterno) incolpano gli altri per le loro sconfitte e fallimenti personali.

I pensieri di liberarsi di quella situazione, di tornare al nido dei genitori, di revocare il matrimonio diventano sempre più frequenti. È, allo stesso tempo, una prospettiva spaventosa ed esaltante. Di nuovo, il panico rientra nelle nostre vite. Il conflitto alza la testa. La dissonanza cognitiva sembra abbondare. I disordini interni portano a comportamenti irresponsabili, autolesionistici e autodistruttivi. Molti matrimoni finiscono in questo preciso momento, in quella che è nota come “la crisi del settimo anno”.

Il prossimo attende la genitorialità. Molti matrimoni sopravvivono solo per la presenza di prole comune.

Non si può diventare genitore a meno che e fino a quando non si sradicano le tracce interne dei propri genitori. Questo necessario parricidio ed inevitabile matricidio, sono qualcosa di molto doloroso e causano grande trepidazione. Ma il completamento di questa fase cruciale è comunque premiante e porta a sentimenti di rinnovato vigore e di nuovo ottimismo, ad una sensazione di onnipotenza e al risveglio di altre tracce del pensiero magico.

Nella ricerca di uno sfogo, un modo per alleviare l’ansia e la noia, entrambi i membri della coppia (purché abbiano ancora il desiderio di “salvare” il matrimonio) hanno coltivato in se stessi la medesima idea, ma da direzioni diverse.

La donna (in parte a causa del condizionamento sociale e culturale durante il processo di socializzazione) trova nel mondo dei bambini un modo attraente ed efficace per assicurare il legame, cementare la relazione e trasformarla in un impegno a lungo termine. La gravidanza, il parto e la maternità sono percepiti come le ultime manifestazioni della sua femminilità.

La reazione maschile alla crescita dei figli è più preoccupante. All’inizio, si percepisce il bambino (almeno inconsciamente) come un’ulteriore limitazione, probabilmente solo come qualcosa che lo “trascinerà più a fondo” nel pantano. La sua disforia si approfondisce e matura in panico a tutti gli effetti. Poi si abbassa e lascia il posto a un senso di stupore e meraviglia. Ne consegue un sentimento psichedelico di essere un genitore (per il bambino) e un bambino in parte (per i propri genitori). La nascita di un figlio e le sue prime fasi di sviluppo, servono solo a consolidare questa impressione di “distorsione temporale”.

Crescere bambini è un compito difficile. Richiede tempo e consumo di grandi energie. È emotivamente faticoso. Nega al genitore la sua privacy, l’intimità e il soddisfacimento dei propri bisogni. Il neonato rappresenta per lui una crisi traumatica in piena regola con conseguenze potenzialmente devastanti. La tensione sulla relazione è enorme. Si rompe completamente – o è rianimato dalle nuove sfide e difficoltà.

Segue un periodo euforico di collaborazione e reciprocità, di mutuo sostegno e di crescente amore. Tutto il resto impallidisce oltre il piccolo miracolo. Il bambino diventa il centro delle proiezioni, delle speranze e delle paure narcisistiche. Tanto è investito nel bambino e, inizialmente, dà così tanto in cambio che cancella i problemi quotidiani, le routine noiose, i fallimenti, le delusioni e gli aggravamenti di ogni relazione normale.

Ma il ruolo del bambino è solo temporaneo. Quanto più autonomo diventa, tanto più esperto, meno innocente – tanto meno gratificante e più frustrante diventa quest’esperienza. Quando i bambini diventano adolescenti, molte coppie cadono a pezzi, i loro membri si sono sviluppati separatamente e si sono a poco a poco allontanati dal nucleo familiare.

Il palcoscenico è pronto per la prossima grande disforia: la crisi della mezza età.

Questa, in sostanza, è una crisi che porta alla resa dei conti, alla presa di coscienza della propria mortalità. Guardiamo indietro per scoprire quanto poco abbiamo realizzato, quanto breve è il tempo che ci è rimasto, quanto sono state irrealistiche le nostre aspettative, quanto siamo alienati e insoddisfatti di ciò che abbiamo realizzato, quanto siamo mal equipaggiati per far fronte alla vita che ci resta da vivere e quanto irrilevanti e inutili sono stati i nostri matrimoni.

Per l’ipocrita disincantato, la sua vita è un falso, un villaggio Potemkin, una facciata dietro cui marciume e corruzione hanno consumato la sua vitalità. Questa sembra essere proprio l’ultima possibilità per recuperare il terreno perduto, per colpire ancora una volta nel segno. Rinvigoriti dalla gioventù di altre persone (un giovane amante, i suoi studenti o colleghi, i propri figli), si cerca di ricreare la propria vita nel vano tentativo di fare ammenda e di evitare gli stessi errori.

Questa crisi è esacerbata dalla sindrome del “nido vuoto” (quando i bambini crescono e lasciano la casa dei genitori). Un importante argomento di consenso e un catalizzatore di interazione scompare. Viene rivelata la vacuità della relazione generata dalle termiti di mille discordie coniugali.

Questo vuoto può essere riempito con empatia e supporto reciproco. Raramente accade. La maggior parte delle coppie scopre di aver perso la fiducia nei loro poteri di ringiovanimento e che la loro unione è sepolta sotto una montagna di rancori, rimpianti e dolori.

Entrambi vogliono uscire da quella routine. E vanno fuori. La maggior parte di quelli che rimangono sposati, tornano alla convivenza piuttosto che all’amore, piuttosto che alla sperimentazione o a disposizioni di convenienza piuttosto che a un risveglio emotivo. È una visuale molto triste indubbiamente. All’insorgere del decadimento biologico, la coppia si dirige verso la disforia definitiva: l’invecchiamento e poi la morte.

 

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