Il dolore e la sofferenza – espressione e significato (dott.ssa Doriana Franciosi)

Auto-aiuto - Salute e Benessere - Consigli e segreti per stare bene

Il dolore e la sofferenza – espressione e significato (dott.ssa Doriana Franciosi)

Il concetto di dolore ha sempre affascinato gli artisti, filosofi e scrittori: pensiamo ad esempio l’emozione che ci trasmette la Pietà di Michelangelo (dolore per la morte del figlio), a la “Cacciata dal Paradiso” del Masaccio (dolore per la grande vergogna), a Ophelia di Millais (amore non corrisposto), a “l’Urlo” di Munch (dolore e angoscia esistenziale). Schopenauer affermò che la “vita è dolore per essenza”, Goethe illustrò l’amore romantico in “I dolori del giovane Werter” in cui l’amore non è vero amore se non sofferto e, filosoficamente parlando, molte sono le religioni che vedono nel dolore una purificazione dell’anima necessaria ad avvicinarsi a Dio.

L’International Association for the Study of Pain, nel 1986, definì il dolore come “una sgradevole esperienza emotiva e sensoriale associata a reale o potenziale danno del tessuto o descritta in termini di tale danno”. Circa vent’anni prima, nel 1974, Sternbeck definì il dolore “ciò che il paziente dice che esso sia, ed esiste ogni qual volta ne affermi l’esistenza”.

Dal punto di vista medico, canonicamente, il dolore viene distinto in dolore acuto e cronico. Il primo è transitorio, diminuisce nel tempo e ha la funzione di mettere in allarme il nostro corpo; il secondo  è un dolore persistente che tende ad aumentare nel tempo.

Semplificando molto, dal punto di vista neurofisiologico quando uno stimolo lesivo attiva i nociocettori situati sulla cute, sottocute, articolazioni o muscoli, da questi parte un segnale elettrico che arriva a livello del midollo spinale. Da qui l’informazione viene trasmessa al talamo, all’ipotalamo, alla corteccia cerebrale, e al grigio peri-acqueduttale. 

È interessante notare come a livello di queste formazioni nervose centrali, in particolare nel grigio peri-acqueduttale, durante la trasmissione dell’impulso dolorifico e la sua elaborazione vengano secrete sostanze quali encefaline, dinorfine e serotonina. Il talamo, inoltre è implicato nella formazione dei ricordi e, attraverso circuiti definiti, in collegamento con l’amigdala implicata nell’esperienza emozionale.

Il dolore lascia quindi una traccia a livello dei nostri circuiti della memoria, ha una componente emotiva che è in grado di caratterizzare la prima esperienza dolorifica intesa come l’apprendimento di qualcosa di nuovo, oppure in grado di evocare qualcosa di già vissuto. È noto a tutti come nel momento della percezione del dolore acuto vi sia un corteo neurovegetativo di risposta: tachicardia, dilatazione delle pupille, sudorazione, aumento della frequenza respiratoria, uno spostamento del volume ematico dai visceri ai muscoli: è la reazione di lotta e fuga. Dall’altra parte, anche il dolore cronico presenta caratteristiche neurovegetative come l’anoressia, disturbi del sonno, del comportamento e personalità, una diminuzione della libido, costipazione e letargia. Si spiega, così, l’impiego di analgesici oppiacei nel controllo del dolore cronico: ovvero andare a modificare la neuro-modulazione a livello nervoso centrale abbassando così la soglia di dolore. Uno degli aspetti più affascinanti del dolore è l’aspetto emotivo che questo evoca; molte volte sentiamo dire “la morte del figlio è stato un dolore troppo grande”, ma la morte del figlio non è uno stimolo doloroso in senso stretto. Tuttavia, non utilizziamo la parola dolore in modo errato in quanto è la nostra mente che soffre, che sottoposta a stress emotivi ricrea le stesse condizioni che si verificano durante uno stimolo lesivo vero e proprio. Anche il disturbo depressivo maggiore o una sindrome depressiva vengono molte volte etichettati dai pazienti stessi con le parole “il mio dolore”; un dolore che lacera dentro la sfera emotiva del paziente, che toglie la voglia di vivere ma che di obiettivabile dal punto di vista fisico non ha nulla, ma che a livello del sistema nervoso centrale provoca l’attivazione di tutte quelle aree implicate nel riconoscimento di uno stimolo lesivo.

A questo punto, è bene ricordare come il termine empatia venga in nostro aiuto. Empatia deriva dal greco (en+pathos) e significa sentire dentro di sè ciò che un altro prova; è la capacità di immedesimarsi nell’altro, di capirne i bisogni, di compartecipare alla sua stessa sfera emotiva. 

Quando, per esempio, sentiamo affermare “vedere mio padre, da sempre la roccia della famiglia, malato e impotente mi causa dolore” è innegabile che siamo di fronte ad un trasporto empatico importante: il sentirsi afflitti per la condizione di malattia del padre, ma allo stesso tempo il provare ad immaginare ciò che il padre stesso sta provando nel vedersi impotente. Lo stress emozionale del caregiver è solitamente molto elevato, proprio per il coinvolgimento emotivo in essere. Dal punto di vista empatico hanno un alto carico emotivo tutte le figure di accudimento, dalla madre che assiste il proprio piccolo magari influenzato, alla presa in cura dell’anziano non più autosufficiente, ai Medici, Psicologi, Infermieri e OSS.

Chi rappresenta queste figure dovrebbe avere una rete di sostegno per superare il carico emozionale eccessivo, in quanto il mettersi in relazione con l’altro non può diventare un volano di dolore e sofferenza; dovrebbe bensì essere una fonte di arricchimento  emozionale in grado di arricchire la figura di accudimento e nel tempo stesso risollevare dalla sofferenza l’accudito.

Dott.ssa Doriana Franciosi, 1° gennaio 1986Maturità Socio Psico-Pedagogica, Liceo G. Carducci di Ferrara

Laurea in Medicina e Chirurgia, Università degli studi di Ferrara

Presidente SNaMID di Ferrara

Medico di Continuità Assistenziale.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *